Architettura come… Feltrinelli

A Gregotti risponde Molinari.
Dall’Elzeviro del Corriere alla pagina di cultura del Post.

Il progetto dei nuovi spazi della Fondazione Feltrinelli a Milano apre il dibattito architettonico di questo settembre.
In poche righe, Gregotti dichiara il suo dissenso alla realizzazione dell’opera.
Le poche immagini del progetto effettivamente non raccontano nulla di eccezionale. Due edifici costruiti sul sedime delle vecchie mura spagnole. E poi vetro a profusione per illuminare la notte meneghina.

Si parla di un progetto che in realtà non c’è. O che dalle prime immagini non sembra dichiarare tutto il suo carattere.
Quattro immagini elaborate a computer avrebbero dovuto dire di più. C’è solo una facciata a capanna estrusa all’infinito. Noiosa.
Ha ragione Gregotti. Il duo svizzero ha ceduto alle mode “quel minimo necessario […] alle realizzazioni.”
Ha ragione Molinari. Non bisogna aver timore dell’opera, se questa porterà ad elevare “l’asticella della qualità del progetto”.

Nessuno dei due ha torto. Guardano da due punti di vista un’opera che non c’è. Uno parla delle immagini, l’altro delle possibilità del progetto. La paura del banale si scontra con la voglia di qualità architettonica. Niente di nuovo sul fronte dell’estetica.

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