Architettura come… La fine della città

“Il mio mestiere è l’architettura. Mi sembra più esatto dire così che non ʻfaccio l’architetto’, perché l’architettura è una cosa difficile da avvicinare e io ho tentato di farlo con vari mezzi.” Parte con una chiara dichiarazione dʼintenti la lunga intervista a Leonardo Benevolo, in cui egli racconta la sua lunga attività professionale.

E’ una biografia corale, perché la sua vita si mescola con la storia d’Italia, con le città di cui ha redatto i piani urbanistici, con il mondo accademico di cui è stato uno dei protagonisti. Non meno importante è la seconda voce, l’intervistatore, Francesco Erbani, che da tempo si occupa per Laterza di avvicinare il grande pubblico al mondo dell’urbanistica.

La lunga intervista percorre più di 70 anni di incessante attività, vissuti all’insegna della “recherche patiente”, dei tempi lunghi della pratica architettonica, che allʼimmediatezza del gesto eclatante, preferisce il metodo rigoroso del progettare. Attraverso le pagine si delinea un Benevolo distaccato dal profilo corrente della professione, l’archistar “protagonista mediatica” e produttore di immagini da rivista e non di spazi di socialità e vita.

La città e le sue sedimentazioni sono per Benevolo il campo di studi da cui trarre le risposte chiare e certe. Come ricorda anche Settis, esteticamente ciò che è sopravvissuto alla storia è classico, e dunque degno di nota, perché ha pervaso e continua a pervadere, in modo positivo, la nostra esistenza.

Il progetto deve dunque avere “lunga durata”, non parlare solo dellʼhic et nunc, ma anche del futuro: iscriversi in quello che Walter Gropius chiama “progresso comune”.

Millenaristico è il titolo, ma millenaria è la storia della città, che per tradizione nasce con Caino. “Poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio” (Gen 4,17). Oltre cinquemila anni di vita sembrano messi per sempre in pericolo dalla modernità.

Più che alla fine della città, siamo arrivati alla città senza fine: l’uomo non riesce più ad “organizzare l’infinità”, a sfruttare “al meglio l’eredità del passato”. Lʼuomo, scegliendo un sito e designandolo dunque come luogo, non riesce più ad esprimerne più le sue potenzialità attraverso lʼarchitettura.

“Lo spazio può essere conquistato soltanto attraverso la produzione di spazio.” (D. Harvey, La crisi della modernità) Benevolo è profondamente legato alla città e allo “spazio minore” (Gustavo Giovannoni), lo spazio delle relazioni, fondamento della città. Immaginare una città senza incontri e scambi (di merci, di idee, …) è immaginare altro: lʼuomo urbano è per lʼarchitetto piemontese il garante della sopravvivenza della città. Stabilizzato nel centro, ne permette la tutela e soprattutto la vita, garantendo un equilibrio tra gli interessi pubblici e privati.

Intensa è la critica al mondo accademico italiano, di cui per anni Benevolo è stato tra gli esponenti di spicco. Da ambiente formativo e di dibattito, lʼuniversità italiana col tempo ha iniziato a creare soltanto intellettuali disoccupati, il cui orizzonte professionale è diventato lʼuniversità stessa. Si è venuto così a creare un mondo autoreferenziale, che non produce che per sè. Si è persa la vocazione prima dellʼuniversità, luogo del confronto e dello scambio di idee tra professori e studenti, che si è trasformata in una sapiente fabbrica culturale, creatrice di operai del sapere.

Il soggettivismo si è impadronito dellʼarchitetto: al centro dellʼuomo di Leonardo non cʼè più lʼuomo comune, il fruitore dello spazio, ma lʼarchitetto stesso, che non è più autore di architettura, non aggiunge (e la radice etimologica di autore e proprio questa) più senso al mondo.Il futuro della città di Benevolo è incerto, ma la sua sopravvivenza è sicuramente legata alla sua storia. Negli Effetti del Buono Governo ed Effetti del Cattivo Governo, Ambrogio Lorenzetti evidenzia in modo chiaro il ruolo della città rispetto al territorio: fuori dalle mura urbiche ha senso tutto ciò che è indissolubilmente legato alla città. Campagne, boschi, fiumi,… diventano luoghi e non siti quando hanno un rapporto di dipendenza con la città, senza la quale perderebbero il loro interesse antropologico.

Il più celebre dei fratricidi, quello di Remo, ha le sue radici nel rapporto tra lʼuomo e la città: violando il pomerium imposto dal gemello Romolo, egli viola la lex, unica regola allʼinterno delle mura di Roma.

Il libro di Benevolo potrebbe dunque anticipare e presentare i prodromi di una fine reale della città: il futuro si manifesterà forse in nuovi spazi, in nuove forme dello stare. La fine della città non è la fine del mondo, ma la fine di un mondo, di un modo di leggere e organizzare il territorio.

Gli architetti potranno così dimenticarsi delle città, ma non devono dimenticarsi il loro ruolo: creare spazi per lʼuomo e la socialità, che si rapporteranno e disporranno tra loro attraverso nuove dinamiche. Non utopie, architetture in luoghi immaginari, non atopie, architetture senza legami coi luoghi, ma semplicemente topoi, luoghi.

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