Architettura come… Città senza cultura

Si chiude amaramente la lunga intervista che Giuseppe Campos Venuti rilascia a Federico Oliva. “Purtroppo il vero problema va oltre le condizioni attuali delle forze politiche di governo e opposizione: temo infatti che oggi in Italia sia la maggioranza dei cittadini ad avere tuttʼaltra aspirazione”. Nel breve poscritto di “Città senza cultura. Intervista sullʼurbanistica”, lʼurbanista romano attacca senza sconti la società italiana, dichiarando che le sue idee “non sono in sintonia con lʼinteresse prevalente dellʼopinione pubblica”.

Eʼ unʼintervista realizzata per via di togliere, dovendo raccontare oltre sei decenni di attività professionale, accademica e politica. Incentrata soprattutto sulla sua terra di adozione, lʼEmilia Romagna. Eʼ a Bologna, a partire dagli anni ʼ60, che Campos Venuti ha cominciato a muovere i primi passi, diventando assessore allʼUrbanistica e trasformando il capoluogo emiliano in un modello per lʼintero continente. Della città ha visto il suo apogeo e ora ne vede il suo lento declino, dovuto a scelte amministrative che sul lungo periodo si sono fatte sentire: ad esempio “lʼanomalia genetica” dello sviluppo industriale, legato non al trasporto collettivo su ferro, come accade ad esempio in Germania, ma allʼuso dellʼautomobile, che la sinistra ha voluto trasformare in un mezzo egualitario per tutti.

Una città in cui avanza il brutto, e che sembra essersi scordata del centro storico, ampiamente studiato e riqualificato nel corso degli anni Settanta dagli architetti Cervellati e Scannivini, sotto la guida di Leonardo Benevolo. “Il presidio del centro storico sono i residenti e i bottegai. A Bologna siamo arrivati sotto i 50mila. Se vogliamo battere il degrado dobbiamo riportarli almeno a 80mila, che vogliono dire mille botteghe in più”. Il presidio del negozio di quartiere significa infatti sicurezza e vivibilità ambientale.

Bologna deve affrontare, come molte altre città italiane, il fenomeno della suburbanizzazione: i comuni della cintura metropolitana crescono allʼombra delle gru e delle impalcature, mangiandosi ettari di campagna. Lʼesplosione urbana è sempre legata ad unʼesplosione infrastrutturale, e un pezzo di Food Valley, si è così trasformato in Gru Valley: le immagini del documentario di Nicola DallʼOlio “Il suolo minacciato” sembrano offrire uno scenario senza ritorno.

“A guardar meglio, è brutto il fatto che la città non esercita oggi in Italia il ruolo per cui è nata millenni fa: un luogo in cui gli uomini potessero raccogliersi per soddisfare le proprie necessità, creando assistenza reciproca, servizi comuni, necessari per una società allora piccola, che poi si è trasformata diventando sempre più grande.”

Le città senza cultura di Campos Venuti sono quelle che hanno abdicato al ruolo per cui la città 5000 anni fa è nata: soddisfare bisogni, fornire servizi, sicurezza e assistenza. E lʼesercizio di questo ruolo si esercita solo progettando e pianificando il futuro, operazioni basilari per lʼattività urbanistica. Sono dunque lontani gli anni di Amministrare lʼurbanistica, il manifesto dellʼattività professionale di Campos Venuti: “Lʼurbanistica non è soltanto una manifestazione della società civile, ma anche una disciplina fondamentale della cultura moderna”.

La mancata istituzione di una facoltà di architettura nel capoluogo, lungamente sostenuta da Campos Venuti, è il segnale di una città che, pur eccellendo in didattica e ricerca, presenta in questo campo ancora una grave lacuna didattica e scientifica. “Anche in materia di città e territorio per amministrare bisogna innanzitutto conoscere”. Politica e università avrebbero dunque uno stretto rapporto, esaminando e rispondendo, ciascuna coi propri mezzi e metodi, a domande comuni.

La critica è anche alla sua sinistra, rea di avere interrotto il necessario rapporto tra territorio e cultura amministrativa. La politica cittadina è più interessata alle finanze che ai cittadini, ne è un esempio la possibilità di utilizzare gli oneri di urbanizzazione per coprire le spese di bilancio.

Si legano così i piani comunali con gli interessi finanziari dei costruttori, che puntano, spesso, ai propri interessi e non a quelli della collettività.Le precoci pagine sullʼAquila, a breve distanza dallʼaccaduto, descrivono amaramente la situazione del capoluogo abruzzese: lʼurbanistica italiana ha ripercorso le strade delle esperienze fallimentari di Belice, Friuli e Irpinia, dove la ricostruzione ha parlato solo la lingua di architetti, costruttori, ma non quella degli abitanti.

La lunga intervista rilasciata mostra così un Campos Venuti amaro di idee, che parla dell’urbanistica al passato, con un tono quasi da archeologo del sapere. In effetti la cultura urbanistica italiana è ferma a settanta anni fa, alla L. 1150/1942: la tanto attesa riforma invocata da più parti non è mai avvenuta.

Rappresentante di una generazione che ha iniziato a lavorare nel dopoguerra, Campos Venuti sembra volerci dire non che lʼurbanistica ha fallito, ma che noi progettisti non abbiamo imparato ad usarne efficacemente i mezzi, applicandoli con rigore alla città.

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