Architettura come… Rerum fragmenta

Scoprire un autore attraverso un amico è una delle gioie migliori. Si aggiunge un pezzo sul proprio percorso da condividere insieme.

Così è nata la passione per Ortega Y Gasset.

Da perfetto sconosciuto è diventato vero e proprio tormento, poiché in Italia è difficile trovare alcune delle pubblicazioni e bisogna ricorrere alle biblioteche.

Come afferma OYG, lo specialista che si avvicina alla filosofia, orizzonte universale, scopre di essere filosofo. La filosofia affascina, e soprattutto, amplia gli orizzonti dello specialista, che altrimenti rimarrebbe chiuso all’interno dei confini, spesso poveri, e comunque relativi, della sua materia.

“L’architetto ha un rapporto con il suo mestiere, con la sua arte, molto diverso da quello degli altri artisti con le loro rispettive arti. La ragione è ovvia. L’architettura non è, non può, non deve essere un’arte esclusivamente personale. E’ un’arte collettiva. L’autentico architetto è l’intero popolo”.

L’architetto, tra tutti gli artisti, è quello che ha la maggior responsabilità sociale. Compiuta e finita, un’opera di architettura, bella o brutta che sia, sarà sempre davanti al cittadino che quotidianamente percorre quella strada o a chi, per un motivo o per l’altro, la vive e la usa.

L’architettura è infatti costruita dall’uomo per l’uomo.

E forse la difficoltà più grande, è comprendere se veramente il lavore dell’architetto sia paragonabile all’arte.
Ugo Spirito sosteneva che “o si esclude l’architettura dalle arti o si cambiano i paradigmi di interpretazione della stessa estetica”. L’architettura, nell’analisi del filosofo aretino, contraddice tutti i principi delle arti: non è mimetica, perché nella prassi ha solo dimensione costruttiva; ha due forme e due contenuti, interni ed esterni, e può addirittura mutare la sua funzione pratica; non può essere considerata un modo di conoscenza, poiché non è possibile scindere teoria e prassi; e, soprattutto, è un arte eteronoma e con numerosi vincoli.

L’architettura ha avuto lungo percorso di crescita all’interno della storia dell’arte. Nel mondo classico era un’arte meccanica, regolata da un canone per cui il bello era visto e pensato in maniera oggettiva. A Roma il fine dell’architettura era la tecnica: nascerà così la dicotomia Classicismo/Grecia Tecnicismo/Roma che si protrae tutt’oggi nella storia dell’architettura. Poi da Arte Liberale nel Medioevo, è divenuta con l’Umanesimo una delle tre grandi arti, assieme a pittura e scultura.

E ora si interroga nuovamente sul suo ruolo e sulla sua estetica.

Rimane per antonomasia, la prima delle arti: da sempre il primo bisogno dell’uomo è cercarsi un riparo. O costruirselo.

Come sosteneva Heidegger, costruire è sempre in funzione dell’abitare.

“Costruire significa originariamente abitare. (…) Il modo in cui tu sei e io sono, il modo in cui noi uomini siamo sulla terra è il Buan, l’abitare. Esser uomo significa: essere sulla terra come mortale; e cioè: abitare”

OYG, nel suo saggio “La felicità e la tecnica”, sottolinea che Heidegger non ha però tenuto conto anche dei verbi Gewinnen (sforzarsi per qualcosa), Wunsch (aspirare a qualcosa) e Wahn (cio che è insicuro, che spera). OYG afferma dunque che l’uomo è soprattutto sforzo, anelito per ciò che non si ha.

“Cominciamo a capire che quando l’uomo dice che wohnt, bisogna intenderlo con un valore approssimativo e carente. L’autentico e pieno wohnen è un’illusione, un desiderio, una Bedurfnis (necessità). Non è un conseguimento, una realtà, una soddisfazione. L’uomo ha sempre aspirato a wohnen, ma non ci è mai riuscito del tutto. Senza abitare non riesce ad essere. Per questo si sforza in questo senso e produce edifici, strade, ponti e strutture”.

L’architettura è dunque, per il filosofo spagnolo, non solo la prima delle arti, bensì l’unico modo di piena realizzazione dell’uomo.

Come ricorda Paul Valéry, nel suo Eupalinos:

“Mais d’où peut donc, ô Socrate, venir ce goût de l’éternel qui se remarque parfois chez les vivants? Tu poursuivais la connaissance. Les plus grossiers essaient de préserver désespérément jusqu’aux cadavres des morts. D’autres bâtissent des temples et des tombes qu’ils s’efforcent de rendre indestructibles. Les plus sages et les mieux inspirés des hommes veulent donner à leurs pensées une harmonie et une cadence qui les défendent des altérations comme de l’oubli.”

L’architettura realizza l’uomo.
Ma l’uomo sa ancora fare architettura? Riesce ancora, attraverso questa arte, ad eternarsi?
Riesce ancora, come direbbe Luksàcs, ad accrescere la sua conoscenza del reale?

Con la fine delle Avanguardie, e la nascita di movimenti come Internazionale Situazionista e Bauhaus Immaginista, l’architettura ha accresciuto il suo spazio di azione, dall’edificio alla totalità della terra stessa.
Il Postmoderno ha mutato la percezione dello spazio, e di colpo il nostro corpo non sembra più misura di tutte le cose.

L’architettura, ricercando il suo nuovo canone sembra avvicinarsi sempre di più a quella caverna da cui migliaia di anni fa siamo usciti per costuire e abitare uno spazio nostro. E come dire OYG, soprattutto per essere.
Platone e il suo affascinante mito tornano dunque tanto familiari.

“Paradossalmente, si potrebbe affermare che, sotto il profilo linguistico, l’uomo moderno, in modo consapevole o inconscio, aspira a tornare all’esperienza cavernicola.

Infatti la caverna: non ha la facciata. Non sente il bisogno di chiudersi dietro un muro, si spalanca verso l’esterno. Oggi si mira ad aprire il “dentro” verso il “fuori”, magari schermandolo con lastre trasparenti; non distingue tra pavimenti, pareti e soffitti. Esalta la continuità che fascia lo spazio, senza tentare di inscatolarlo; non omologa le luci. Le capta, le filtra, le possiede, le gestisce, rifrangendole in ogni direzione su rozzi macigni; trionfa nei suoi spessori. Ovunque troviamo spacchi, buche, ferite e lacerazioni, dislivelli ossessivi. Si sale e si scende, non si cammina mai in piano. Ignorati gli angoli retti come gli insulti purismi accademici; non ha volume. Non posa sulla terra, le appartiene e vi si mimetizza….ma le caverne sono intrinsecamente diverse una dall’altra, autonome, scevre di modelli.
Tale è il “grado zero”, grammaticale e sintattico, della scrittura preistorica. Si dirama nelle capanne, nelle stazioni palafitticole, nelle strutture abitative dei nomadi, nei villaggi dei trulli e negli sbalorditivi scenari di Matera.”

(Bruno Zevi, Controstoria dell’Architettura in Italia. Preistoria e Alto Medioevo, Tascabili Economici Newton. Prima edizione luglio 2005, pagg. 10-12)

Roberto Masiero - Estetica dell'architettura

Ignasi de Solà Morales - Decifrare l'architettura

José Ortega Y Gasset - Meditazioni sulla felicità

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